Arriva sempre senza preavviso quel punto della giornata in cui tutto sembra simultaneamente urgente. Le mail che si moltiplicano, Slack che lampeggia, documenti aperti “solo un attimo”, schede del browser che crescono come se avessero vita propria.
Non è caos spettacolare, è disordine progressivo, sottile, quasi invisibile, che a metà pomeriggio si traduce in una scrivania digitale ingestibile e nella sensazione di essere impegnati senza essere davvero efficaci.
In queste settimane tra chi lavora molte ore davanti allo schermo sta circolando una soluzione curiosamente semplice, ribattezzata prompt “cipolla”. Non è una funzione nuova, non è un aggiornamento nascosto, è solo una frase studiata da incollare dentro ChatGPT per fare qualcosa che spesso rimandiamo: separare ciò che conta dal rumore.
Il problema non è quasi mai la quantità assoluta di lavoro, quanto la sua frammentazione. Compiti lasciati a metà, ricerche interrotte, idee annotate al volo che rimangono sospese. Ogni attività incompiuta resta attiva in background nella mente, consuma attenzione, crea quella tensione mentale che gli psicologi associano all’effetto Zeigarnik. Il risultato è noto a chiunque lavori online: si passa più tempo a gestire il contesto che ad avanzare davvero.
Qui entra in gioco l’AI, non come entità geniale ma come osservatore freddo. Un chatbot non ha attaccamento verso quella tab aperta “per sicurezza”, non prova ansia da perdita di informazione, non esita a dire che qualcosa può essere chiuso, rimandato o ignorato.
Cos’è il prompt “cipolla”
L’idea è quasi banale nella sua logica. Si cattura tutto ciò che sta occupando spazio mentale o operativo, senza cercare di organizzarlo, e si chiede a ChatGPT di “spelare” il carico di lavoro, strato dopo strato. Il nome nasce proprio da questa metafora: togliere livelli fino a far emergere il nucleo.

Risolvere il caos durante una giornata di lavoro (sbv.mi.it)
La formula che molti stanno usando suona così:
“Mi sento sommerso da compiti concorrenti. Di seguito c’è tutto ciò che è attivo. Rimuovi gli strati e classifica in: Core (progresso essenziale), Importante (da programmare), Rumore di superficie (amministrazione veloce), Rimuovere (chiudere o ignorare). Poi indica le tre priorità per i prossimi 90 minuti e cosa posso lasciare andare adesso.”
Non c’è nulla di tecnico, ed è forse questo il motivo della sua diffusione. Funziona con ChatGPT, ma la logica è replicabile con qualsiasi assistente AI.
L’effetto reale, tra resistenza e sollievo
Chi lo prova descrive una reazione interessante. All’inizio c’è una certa resistenza, perché l’AI suggerisce spesso di eliminare proprio ciò che sembrava “utile”. Poi, una volta chiuso qualche elemento classificato come rumore, arriva una sensazione di alleggerimento quasi fisica. Meno finestre, meno micro-decisioni, meno distrazioni visive.
Non sempre il responso convince. A volte ChatGPT appare troppo drastico, altre volte eccessivamente prudente. Eppure il valore del prompt non sta tanto nella perfezione della classificazione, quanto nel cambio di prospettiva: vedere il proprio caos messo nero su bianco, trattato come materiale da filtrare.
Una scorciatoia cognitiva travestita da prompt
Il successo del prompt “cipolla” racconta qualcosa di più ampio sul rapporto tra persone e AI. Non stiamo delegando decisioni complesse, stiamo esternalizzando il primo passaggio, quello più faticoso quando la testa è piena: fare ordine tra troppe cose aperte.
L’AI non crea tempo, non riduce il lavoro, non risolve davvero “tutti i problemi”, nonostante il tono entusiasta con cui viene raccontata online. Però riduce il rumore percepito, e quando il rumore cala anche le priorità diventano meno nebulose.
Poi certo, resta la variabile più imprevedibile: la disciplina umana. Perché chiudere davvero quelle schede che ChatGPT suggerisce di rimuovere è un gesto semplice, ma non sempre facile. E lì, più che un prompt, serve qualcosa che nessun algoritmo può automatizzare del tutto.








