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A Milano lo sport su ghiaccio per eccellenza: aperti i tavoli per tornare sul tetto del mondo

stadio
Hockey sul ghiaccio Milano

Milano vuole riprendersi l’hockey. Non come contorno olimpico, ma come pezzo stabile della città. L’idea è tornare ad avere una squadra ad alto livello già dalla stagione 2026/27. Non domani, ma nemmeno in un futuro vago.

Tavoli aperti, ma i nodi restano

A dirlo è stato Andrea Gios, presidente della Federazione sport su ghiaccio. Parole che a Milano suonano familiari. Entusiasmo, prudenza, poi la solita domanda: dove si gioca? Perché l’hockey, senza un’arena adeguata, non esiste.

Il dialogo con imprenditori del Nord America è partito. Non a caso. Lì l’hockey è sport, spettacolo, business. Qui spesso è passione e fatica. Mettere insieme le due cose non è semplice. Una squadra competitiva costa, e parecchio. Non si va in pareggio dopo sei mesi. Servono capitali pazienti, pubblico costante, sponsor veri.

Intanto sono state congelate le iscrizioni al campionato di Ice Hockey League, torneo internazionale dove oggi militano Bolzano e Val Pusteria. Una pausa chiesta per capire se Milano potrà davvero garantire uno stadio all’altezza. Tradotto: senza casa, niente squadra.

L’arena temporanea e quella che verrà

La soluzione tampone ha un nome preciso: l’impianto di Rho-Fiera. La struttura usata per le Olimpiadi resterà operativa in modo temporaneo. Non è la sistemazione definitiva, ma evita il vuoto. Meglio di niente, dicono in molti.

Sul palazzetto stabile, invece, le certezze diminuiscono. Si parla di due-tre anni per una nuova arena da almeno quattromila spettatori. Dentro la Fiera o fuori, non è ancora chiaro. Le tempistiche? Ottimistiche sulla carta, tutte da verificare nella realtà.

Poi c’è il capitolo Pala Agorà. Il Comune ha ricevuto una proposta di partenariato pubblico-privato. Il sindaco Giuseppe Sala è stato netto: l’impianto di via Ciclamini non è pronto per sostenere hockey di alto livello in tempi brevi. Anche accelerando, la nuova Agorà non vedrebbe la luce prima del 2028. Troppo tardi per il progetto 2026/27.

Politica entusiasta, città in attesa

Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. Attilio Fontana ha parlato di sinergia tra istituzioni. Carlo Fidanza di svolta. Pierfrancesco Majorino di bellissima notizia. Toni prevedibili, in fondo. L’hockey piace, soprattutto dopo la vetrina olimpica.

Il punto però non è lo slogan. È capire se Milano, città che corre su tutto, ha davvero spazio per uno sport che qui non è mai stato dominante come il calcio o il basket. Il pubblico c’è? Sì, ma frammentato. La tradizione esiste? Eccome.

Una storia che Milano conosce bene

Nel 1924 nasceva l’Hockey Club Milano. Scudetti a raffica, derby, palazzetti pieni. Poi il baricentro si sposta verso Cortina e il Trentino-Alto Adige. Milano si spegne, riaccende, si rispegne.

Negli anni ’80 arrivano la Saima e i Devils di Silvio Berlusconi. Un’altra fiammata. Negli anni Duemila i Vipers vincono cinque scudetti e poi chiudono nel 2008. Fine improvvisa. Troppo improvvisa. Da lì tentativi, rilanci, categorie minori. Mai il vero salto stabile.

Perché questa volta è diverso (forse)

Le Olimpiadi hanno rimesso il ghiaccio sotto i riflettori. Milano ha riscoperto un pubblico curioso, non solo di nicchia. Le partite viste, gli impianti pieni, l’atmosfera che funziona. Ma l’effetto evento non garantisce continuità.

Una squadra di vertice significa biglietti non popolari, abbonamenti, sponsor, diritti tv, scuole hockey, settore giovanile. Un ecosistema intero. E Milano, si sa, non perdona i progetti fragili.

La città sembra pronta a provarci di nuovo. Con più consapevolezza, almeno a parole. Resta quella sensazione sospesa che accompagna spesso lo sport milanese fuori dal calcio. Grande ambizione, grandi annunci. Poi la prova del ghiaccio vero. Quello che non ammette sbavature.

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