La Lombardia riorganizza la cura del tumore ovarico. Non uno slogan, ma una rete vera di ospedali selezionati che si occuperanno della presa in carico delle pazienti.
La decisione arriva da una delibera della giunta regionale, proposta dall’assessore al Welfare Guido Bertolaso. L’obiettivo dichiarato è stringere i tempi, ridurre le attese, evitare percorsi frammentati che spesso costringono le donne a rimbalzare tra visite, esami e interventi.
Il documento tecnico parla chiaro. Interventi chirurgici concentrati in centri con esperienza documentata. Prestazioni ambulatoriali organizzate prima e dopo l’operazione. Agende dedicate. Un percorso più lineare, almeno nelle intenzioni.
Il tumore ovarico non è una patologia rara. È tra le neoplasie ginecologiche più insidiose, spesso diagnosticata tardi perché i sintomi iniziali sono vaghi, confondibili. Dolori addominali, gonfiore, disturbi che sembrano altro.
La Regione punta sulla centralizzazione della chirurgia. L’idea è semplice: più casi trattati in una struttura significano maggiore esperienza dell’équipe, tecniche più affinate, gestione delle complicanze più solida.
Non è una novità assoluta. È una linea già seguita in altri ambiti oncologici. Ma qui il passaggio è netto. Dal 1° aprile le strutture non inserite nella rete non potranno eseguire, a carico del Servizio sanitario nazionale, interventi di resezione del tumore ovarico.
Una scelta che divide. Da un lato chi vede un miglioramento della qualità clinica. Dall’altro chi teme un sovraccarico dei centri designati e spostamenti più lunghi per le pazienti.
Gli ospedali della rete
Nel network entrano realtà che da anni rappresentano punti di riferimento oncologici e chirurgici. L’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, la Fondazione Irccs Istituto Nazionale dei Tumori, l’Irccs Ospedale San Raffaele. E poi Varese, Monza, Brescia, Pavia, Bergamo.
Strutture pubbliche e private accreditate. Distribuite sul territorio, almeno sulla carta. Anche se per alcune aree più periferiche il centro di riferimento potrebbe non essere proprio dietro l’angolo.
Le altre strutture potranno chiedere di entrare nella rete. Sarà la Direzione generale Welfare a valutare le candidature, considerando volumi di attività, requisiti clinici, andamento dei casi.
Cosa cambia per le pazienti
Nella pratica quotidiana, la differenza potrebbe essere concreta. Percorsi di cura più definiti, meno passaggi casuali, maggiore continuità tra diagnosi, intervento e follow-up.
Ma non mancano le incognite. Tempi di accesso realmente più brevi? Dipenderà dal numero di pazienti e dalla capacità organizzativa dei centri. Spostamenti più lunghi per alcune donne? Possibile.
Per chi vive già l’esperienza della malattia, ogni chilometro pesa. Ogni settimana di attesa pesa. Anche l’idea di “dover cambiare ospedale” può creare ansia, soprattutto se si era già iniziato un percorso altrove.
La scommessa del sistema sanitario
La Regione parla di maggiore sicurezza e migliori esiti clinici. Parole che nel linguaggio istituzionale suonano abituali. La vera partita si giocherà nei reparti, nelle sale operatorie, nelle agende delle visite.
Centralizzare non è solo spostare interventi. È coordinare diagnostica, chirurgia, oncologia medica, supporto psicologico. È evitare che la rete resti un’etichetta formale.
Il tumore ovarico resta una delle sfide più difficili della ginecologia oncologica. La Lombardia prova a rispondere con un modello più strutturato. Se funzionerà davvero lo diranno i tempi di attesa, le storie delle pazienti, i dati clinici.
E quelli, come sempre, arrivano dopo. Quando i titoli sono già passati oltre.








